Quando la solitudine pesa: come imparare a riconoscerla

Immagina di sentirti solo anche quando sei circondato da persone. Oppure, al contrario, di non avere molti contatti sociali, ma di non provare particolare sofferenza. La solitudine, contrariamente a quanto si crede, non è semplicemente “essere soli”. È un’esperienza soggettiva, spesso invisibile agli altri, ma capace di influenzare profondamente la salute mentale.

Un recente studio condotto su oltre 7.000 studenti universitari olandesi ha fatto luce su un aspetto cruciale e ancora poco esplorato: esistono due tipi diversi di solitudine, ed entrambi si collegano in modo distinto a depressione, ansia e isolamento sociale. Comprendere questa differenza è fondamentale per riconoscerla, affrontarla e, dove serve, chiedere aiuto.

Solitudine sociale vs. solitudine emotiva

Lo psicologo Robert Weiss già negli anni ’70 parlava di solitudine sociale e solitudine emotiva. La prima si riferisce alla mancanza di una rete sociale soddisfacente: pochi amici, pochi contatti, scarso senso di appartenenza. La seconda, invece, è legata all’assenza di legami profondi e intimi, come l’amicizia stretta o una relazione affettiva.

Il nuovo studio conferma: la solitudine sociale è legata soprattutto all’isolamento reale, alla scarsità di rapporti. La solitudine emotiva, invece, è più strettamente connessa alla depressione e all’ansia sociale — cioè alla paura del giudizio altrui, al disagio nei rapporti faccia a faccia, al timore di esporsi.

Isolamento non è sempre solitudine. E viceversa.

Un dato importante emerso dalla ricerca è che solitudine e isolamento non coincidono. Si può avere una vita sociale ricca ma sentirsi vuoti, oppure vivere con pochi contatti e non provare sofferenza. Ma quando la solitudine diventa cronica — sia essa sociale o emotiva — può favorire sintomi depressivi, ansiosi e influire negativamente sulla qualità della vita.

Tra i partecipanti, circa il 40% si è detto “moderatamente o fortemente solo”, e il 14% ha dichiarato di sentirsi “molto solo”. Numeri allarmanti se si considera che si tratta di giovani adulti, spesso percepiti come nel pieno della loro vita sociale.

Il ruolo dell’ansia sociale

Un risultato particolarmente interessante riguarda l’ansia sociale: è emerso che questa forma di disagio ha un legame diretto e unico con la solitudine emotiva. In altre parole, chi soffre d’ansia sociale tende a sentirsi solo anche se ha delle relazioni — perché fatica a connettersi emotivamente, a lasciarsi andare, a fidarsi.

L’ansia generalizzata, al contrario, sembra influenzare la solitudine solo indirettamente, attraverso la depressione. Questo suggerisce che lavorare sull’ansia sociale potrebbe essere una via molto efficace per aiutare chi soffre di solitudine emotiva.

Cosa ci dice tutto questo?

  1. Non tutte le solitudini sono uguali. Esistono cause e forme diverse, che richiedono approcci diversi.

  2. Intervenire solo sull’aspetto sociale (uscire di più, fare amicizie) può aiutare chi soffre di solitudine sociale, ma non basta per chi vive una solitudine emotiva.

  3. L’ansia sociale è un fattore cruciale da non sottovalutare. Chi la vive può apparire integrato, ma sentirsi profondamente solo.

  4. La solitudine ha radici profonde, spesso intrecciate con il nostro modo di percepire gli altri e noi stessi. Serve ascolto, empatia e, talvolta, supporto psicologico.

Come affrontarla?

  • Coltivare relazioni autentiche, anche se poche.

  • Imparare a chiedere supporto emotivo, non solo compagnia.

  • Riconoscere e affrontare la propria ansia nei rapporti sociali.

  • Cercare percorsi psicologici mirati, specie se la solitudine è accompagnata da tristezza profonda, insicurezza o paura del giudizio.

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Link alla pubblicazione scientifica:

DOI: 10.1016/j.jad.2023.02.096

Autori

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