Non è solo una questione di carattere
C’è chi sembra avere autostima da vendere, chi si sottovaluta sempre, chi ha fiducia solo in alcuni ambiti (tipo il lavoro) ma vacilla in altri (relazioni, decisioni personali).
Ma cosa determina davvero la fiducia in sé?
E soprattutto: possiamo lavorarci?
Un recente approfondimento neuroscientifico offre una prospettiva inedita: l’autostima non è un tratto fisso, ma un processo cognitivo, formato da tanti “livelli di fiducia” che possono essere allenati.
L’autostima come sistema a più piani
Secondo la ricerca, la fiducia in sé opera su diversi livelli:
-
“Ho risposto giusto a questa domanda?” (fiducia decisionale)
-
“Ho fatto bene l’esame?” (fiducia nel compito)
-
“Ho una buona memoria?” (fiducia in un’abilità specifica)
-
“Valgo?” (autostima generale)
Puoi sentirti bravissimo sul lavoro ma insicuro nelle relazioni. Oppure puoi avere ottime performance, ma non riconoscerle.
Questa disconnessione tra risultati e percezione è molto comune — e non riguarda solo chi ha un disturbo psicologico.
Ansia, depressione e autostima: che legame c’è?
I dati mostrano che:
-
Chi ha ansia o depressione tende ad avere bassa fiducia nelle proprie decisioni, anche quando sono corrette.
-
Al contrario, persone con pensieri compulsivi o intrusivi mostrano alta fiducia, ma spesso mal calibrata (cioè, sbagliano ma credono di aver ragione).
Questo ci porta a un punto importante: non basta avere “tanta” fiducia. Serve che sia accurata.
Sovrastimarsi troppo può portare a errori e delusioni.
Sottovalutarsi sempre può bloccare ogni tentativo.
Ma quindi, come si costruisce una fiducia più sana?
Ci sono due ipotesi:
-
Esiste un “centro” della fiducia in sé, valido per tutte le aree (memoria, decisioni, relazioni). In questo caso, si potrebbe “rieducare” la fiducia nel suo complesso, come un muscolo mentale.
-
Ogni ambito ha la sua fiducia, e bisogna lavorare su ciascun contesto (es. sentirsi più sicuri nel parlare in pubblico, ma anche nel prendere decisioni emotive).
La verità? Probabilmente sta nel mezzo.
La fiducia si può allenare, ma va fatta su misura.
Verso un’autostima più consapevole
Un concetto affascinante emerso dallo studio è il cosiddetto “realismo depressivo”: chi ha sintomi depressivi tende a vedere le cose in modo più accurato, ma meno ottimista.
Chi è molto sicuro, invece, spesso sovrastima sé stesso.
Da qui una proposta: non puntare a “sentirsi grandi” a tutti i costi, ma a conoscersi meglio, calibrarsi, diventare più lucidi.
Una buona autostima non è solo dire “ce la farò”,
ma sapere quando e perché ce la puoi fare — e quando è giusto chiedere aiuto.
Se stai cercando di rafforzare la fiducia in te stesso ma ti senti bloccato o confuso…
…su PSYtoMEET puoi confrontarti con un* psicolog* in modo personalizzato, online e senza pressioni.
Perché l’autostima non è un’etichetta da applicare, ma una consapevolezza che si costruisce, un passo alla volta.
Link alla pubblicazione scientifica:
https://theconversation.com/the-secrets-to-self-confidence-according-to-cognitive-science-213628