Lo sport è spesso vissuto come la via maestra per crescere forti, sani e disciplinati. Eppure, dietro le medaglie e le giornate di allenamento, può nascondersi una fragilità meno visibile: il rapporto tra emozioni, corpo e cibo. Sempre più studi dimostrano che gli atleti adolescenti hanno un rischio maggiore di sviluppare disturbi alimentari rispetto ai coetanei che non praticano sport competitivi.
La pressione della performance, gli ideali estetici e la necessità di “tenere il peso” non sono semplici sfide: diventano veri e propri fattori di rischio psicologico. E al centro di questa dinamica c’è un elemento chiave spesso sottovalutato: la regolazione delle emozioni.
Emozioni sotto controllo: due strategie diverse
Non tutti i ragazzi affrontano le emozioni allo stesso modo. Gli psicologi parlano di due strategie principali:
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Soppressione espressiva: nascondere ciò che si prova. Un ragazzo arrabbiato che non mostra nulla, o una ragazza che trattiene la tristezza dietro un sorriso.
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Rivalutazione cognitiva: guardare la stessa situazione con occhi diversi. Ad esempio, trasformare un errore in gara da “fallimento” a “lezione per crescere”.
Lo studio mostra che chi utilizza spesso la soppressione espressiva è più esposto a insoddisfazione corporea, pensieri ossessivi sul peso e comportamenti bulimici. Al contrario, i giovani che riescono a reinterpretare in modo positivo le situazioni difficili (rivalutazione cognitiva) tendono a proteggersi meglio da questi rischi.
Lo sport come amplificatore
Non tutti gli sport sono uguali. Le discipline estetiche (ginnastica, danza, pattinaggio), quelle a categorie di peso (lotta, arti marziali) e gli sport di resistenza (nuoto, atletica) espongono i ragazzi a standard corporei molto rigidi.
In adolescenza — fase di cambiamenti fisici, ormonali e identitari — queste richieste diventano ancora più pesanti. È proprio tra i 14 e i 17 anni che gli studi individuano la maggiore vulnerabilità: un’età in cui il corpo cambia rapidamente e il bisogno di approvazione sociale è fortissimo.
Il ruolo dei genitori: segnali da non ignorare
I disturbi alimentari negli atleti possono passare inosservati: un fisico magro può sembrare “solo allenato”, l’eccesso di esercizio essere scambiato per “impegno”, la restrizione alimentare per “disciplina”. Ma ci sono piccoli segnali a cui prestare attenzione:
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preoccupazione costante per il peso o l’aspetto fisico;
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abitudini alimentari rigide, spesso nascoste;
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sbalzi emotivi legati a performance sportive;
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tendenza a chiudersi e non condividere emozioni.
Più che puntare sulla perfezione, i genitori possono offrire ciò che spesso manca nei contesti sportivi: un porto sicuro dove esprimere emozioni senza paura di giudizio.
Conclusione
Lo sport resta un’esperienza preziosa, ma solo se accompagnata da un’attenzione alla salute emotiva dei ragazzi. Insegnare a reinterpretare le difficoltà, anziché a nasconderle, può fare la differenza tra un percorso sano e uno a rischio.
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Link alla pubblicazione scientifica:
DOI: 10.3390/ejihpe15090188