Perché crescere nella precarietà può alterare il rapporto con il cibo?

Per decenni li abbiamo considerati un problema delle classi più agiate: ragazze cresciute tra modelli estetici irraggiungibili e aspettative sociali altissime.  Ma la realtà – quella che emerge dai dati, non dagli stereotipi – racconta una storia diversa.
Una storia in cui il disagio alimentare non nasce dall’eccesso, ma dalla mancanza.

Una recente ricerca condotta su oltre 7.800 bambini seguiti dalla nascita ai 18 anni ha dimostrato che i ragazzi cresciuti in famiglie in difficoltà economiche hanno più probabilità di sviluppare comportamenti alimentari disfunzionali nell’adolescenza: diete estreme, abbuffate, vomito autoindotto o lunghi periodi di digiuno.
La povertà, in altre parole, non protegge dal disturbo alimentare. Lo prepara.

Il mito da sfatare: non è una malattia dell’abbondanza

Una parte silenziosa della popolazione resta spesso invisibile: chi cresce nella precarietà economica e non riceve mai una diagnosi, né un trattamento.
Non per mancanza di sofferenza, ma di riconoscimento.

Lo studio è chiaro: per ogni punto in più sulla scala delle difficoltà economiche, la probabilità di sviluppare sintomi alimentari aumenta del 6%.
I figli di genitori con un basso livello di istruzione hanno un rischio quasi doppio rispetto a chi cresce in famiglie laureate.
La disuguaglianza economica si trasforma, così, in disuguaglianza nella salute mentale.

Dietro la superficie del cibo, il disturbo alimentare è spesso un tentativo di ristabilire un equilibrio là dove tutto appare fuori controllo.

Quando il corpo diventa un modo per sopravvivere

Il legame tra povertà e disturbo alimentare non è solo economico: è psicologico, relazionale, perfino simbolico.
Chi cresce in una famiglia che lotta per pagare le bollette vive fin da piccolo un clima di insicurezza costante. L’adolescente che digiuna o si abbuffa non sta “scegliendo”, sta cercando un modo per riappropriarsi del controllo.

  • Controllare il corpo diventa un modo per controllare almeno qualcosa.

  • Mangiare troppo o non mangiare affatto serve ad anestetizzare ansia, rabbia o vergogna.

  • Il peso, invece, diventa un linguaggio silenzioso per dire “mi sento invisibile”.

E quando il cibo diventa il campo di battaglia dell’identità, il corpo inizia a parlare per ciò che le parole non riescono a dire.

Invisibili due volte: quando la cura non arriva

Le persone provenienti da contesti svantaggiati hanno meno probabilità di ricevere una diagnosi o di accedere a una terapia.
Spesso non riconoscono i sintomi come un problema, oppure non si sentono “abbastanza malate” da chiedere aiuto.
Altre volte, è il sistema sanitario stesso a non vederle: il pregiudizio che associa il disturbo alimentare alla magrezza fa sì che forme come la bulimia o il binge eating passino inosservate, soprattutto in corpi che non rientrano negli ideali estetici dominanti.

Il risultato è una doppia ingiustizia:
chi vive la povertà rischia di più e viene aiutato di meno.

Il corpo come termometro del mondo interiore

Guardare ai disturbi alimentari in questa prospettiva significa spostare il focus dal sintomo alla storia che lo precede.
Il corpo non è il problema: è la mappa del disagio.
E spesso racconta la fatica di crescere in un mondo che giudica il valore personale dal numero sulla bilancia o dal reddito familiare.

Educare genitori, insegnanti e professionisti a riconoscere questa complessità è la prima forma di prevenzione.
La seconda è rendere le cure accessibili, personalizzate e senza stigma – perché la sofferenza non conosce classi sociali.

Guardare oltre il sintomo

Forse la domanda più importante non è “perché non mangi?”, ma “di che cosa hai fame?”.
Fame di sicurezza, di affetto, di riconoscimento. Fame di poter scegliere, in un mondo che spesso decide al posto tuo.

Curare un disturbo alimentare significa restituire voce a chi, per anni, ha parlato solo attraverso il corpo.
E ricordare che la salute mentale non è un privilegio, ma un diritto.


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Link alla pubblicazione scientifica:

https://theconversation.com/eating-disorder-symptoms-in-teens-can-be-traced-back-to-family-hardship-new-study-shows-263529

Autori

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  • Roberto Prattichizzo è psicologo del lavoro e psicoterapeuta con oltre vent’anni di esperienza clinica e organizzativa. Esperto in dipendenze, ha integrato nei suoi protocolli terapeutici la stimolazione magnetica transcranica (rTMS). È autore del libro 'Amore e Cocaina' e fondatore della piattaforma di psicoterapia online PsyToMeet, dove promuove modelli innovativi di intervento psicologico e formazione professionale.