Ci è capitato tutti, almeno una volta, di pensare che “noi” siamo più empatici, più profondi, più sensibili. Che “gli altri” siano freddi, razionali, incapaci di vere emozioni. Ma da dove nasce davvero questa convinzione?
Un recente studio ci porta a guardare più a fondo nel cuore dei pregiudizi. Non è la disumanizzazione dell’altro a spiegare perché spesso non riconosciamo in lui o lei le stesse emozioni che proviamo noi. È piuttosto la nostra naturale, e spesso inconsapevole, preferenza per chi appartiene al nostro stesso gruppo.
Quando l’identità di gruppo filtra anche le emozioni
Gli esseri umani sono animali sociali, sì, ma anche profondamente categorizzanti. Il nostro cervello è progettato per distinguere “noi” da “loro”, e questa distinzione ha profonde conseguenze non solo su come trattiamo gli altri, ma anche su come ne percepiamo la vita interiore.
Uno dei pregiudizi più sottili, ma potenti, riguarda proprio le emozioni. Numerosi studi hanno mostrato che tendiamo ad attribuire emozioni più “ricche”, complesse e umane (come il rimorso, la nostalgia, l’amore profondo) a chi fa parte del nostro gruppo, rispetto a chi è percepito come estraneo. Questo fenomeno, spesso descritto come disumanizzazione, sembrava essere alla base di molte forme di discriminazione.
Ma lo studio condotto da un team di psicologi sociali italiani e pubblicato su Scientific Reports propone una chiave di lettura diversa e sorprendente: non si tratta di rifiutare l’umanità altrui, ma di esaltare quella del nostro gruppo.
Più umani “noi” = meno umani “loro”? Non proprio.
Attraverso una serie di esperimenti condotti in diversi contesti culturali, i ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di valutare quanto certe emozioni potessero essere provate da membri del proprio gruppo rispetto a quelli di un gruppo esterno (ad esempio, italiani vs migranti, o studenti locali vs stranieri). Le emozioni prese in esame non erano solo quelle complesse, “tipicamente umane”, ma anche quelle più universali.
Il risultato? I partecipanti attribuivano sistematicamente un maggior numero di emozioni al proprio gruppo, anche quelle semplici e basilari. Il punto non era che gli “altri” fossero visti come incapaci di provare certe emozioni, ma che “noi” siamo percepiti come capaci di provarne di più, meglio, in modo più autentico.
Questo effetto – chiamato “preferenza intergruppo nella rappresentazione emotiva” – dimostra che la radice del pregiudizio non è tanto nel negare umanità, quanto nel valorizzare in modo esclusivo quella del proprio gruppo.
Le conseguenze: un pregiudizio che non si vede, ma agisce
Questo tipo di bias è particolarmente insidioso perché non si manifesta come aperta ostilità. Al contrario, può esprimersi in modo gentile, sottile, perfino benevolo. Ma le sue conseguenze sono reali: se pensiamo che l’altro non senta come noi, saremo meno inclini ad ascoltarlo, comprenderlo, aiutarlo.
Nel mondo del lavoro, nelle scuole, nelle relazioni quotidiane, questo meccanismo può contribuire a rafforzare barriere invisibili ma potenti, che ostacolano l’integrazione, la collaborazione e l’empatia autentica.
Come uscirne: dalla consapevolezza alla responsabilità
La buona notizia è che, una volta riconosciuto, questo meccanismo può essere disinnescato. Il primo passo è proprio quello di diventare consapevoli di quanto la nostra percezione delle emozioni altrui sia filtrata dall’identità di gruppo. Chiedersi: “Sto davvero ascoltando questa persona, o sto solo proiettando ciò che penso di ‘quelli come lei/lui’?” può essere un ottimo inizio.
La psicologia sociale ci mostra che non serve negare l’esistenza dei gruppi – fanno parte della nostra natura – ma possiamo imparare ad ampliare i confini di chi consideriamo “noi”. In questo modo, possiamo restituire pienamente umanità anche a chi ci appare diverso.
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Link alla pubblicazione scientifica:
DOI: 10.1016/j.cognition.2021.104865